21 Apr 2009 7 Comments
Lettera aperta ai rappresentanti politici italiani
Gentili rappresentanti politici italiani,
sono Alessandro Rossini, un giovane di 28 anni originario della provincia di Teramo che è stato costretto purtroppo o per fortuna ad espatriare per non vedere vanificati tanti anni di sacrifici.
Scrivo questa lettera per condividere con voi la mia storia. Prendetela un po’ come volete: come la storia di un perfetto sconosciuto a cui non dare nessuna importanza oppure come l’ennesima preoccupante testimonianza di uno dei tanti “anonimi” cervelli in fuga che da decenni abbandonano il Bel Paese.
Ho investito diversi anni della mia vita sopra i libri per ottenere una istruzione universitaria. Non sono stato solo un “secchione”, ho coltivato i miei interessi ed ho avuto i miei momenti di svago, ma i sacrifici sono stati tanti. Il risultati sono stati una laurea magistrale con lode in informatica ed un Master in Web Technology presso l’Università degli Studi dell’Aquila, uno stage aziendale di quattro mesi a Roma presso una importante società di consulenza e soprattutto un anno di scambio in Norvegia grazie al programma Erasmus.
Alla fine del mio ciclo di studi mi sarebbe piaciuto rimanere in accademia a fare il ricercatore. La ricerca è una delle cose che mi stimola di piú… Già da bambino dicevo che da grande avrei fatto l’ “inventore”. Non avevo ancora idea di cosa avrei inventato, ma le intenzioni erano buone.
Il relatore della mia tesi mi invitò a partecipare al concorso per l’assegnazione di una borsa di studio per il corso di dottorato, ma le condizioni di lavoro sarebbero state quelle stranote: all’epoca poco piú di 800€ netti al mese, ovviamente se fossi rientrato fra i pochi “eletti” a vincere il concorso. Dovetti declinare a malincuore la proposta. Uno scapolo che non vuole piú vivere a casa e gravare sulle finanze dei genitori ha bisogno di molto di piú di 800€ al mese. La cosa sconcertante è che è possibile guadagnare di piú con lavori (tutti rispettabilissimi ovviamente) per i quali non è richiesta la benché minima preparazione universitaria. È questa la ricetta per mantenere i giovani ricercatori nei nostri atenei?
Non mi restava che valutare le opportunità del mondo dell’industria. Fortunatamente, grazie ai contatti che le aziende hanno con gli atenei, ricevetti diverse proposte di lavoro nei mesi seguenti la mia laurea. La maggior parte delle offerte arrivarono da Roma e Milano, ed io sarei stato ben disposto a trasferirmi, se solo avessi ricevuto una proposta di lavoro adeguata. In realtà nessuna di queste proposte mi avrebbe ripagato dei sacrifici fatti. L’offerta piú vantaggiosa mi proponeva di lavorare a Milano per uno stipendio di 1200€ netti al mese, con un contratto di formazione e lavoro della durata di un anno. Mi chiesi piú volte cosa avessi studiato a fare… Con il costo della vita delle metropoli italiane, e con il precariato di questi contratti, voi (dimenticando per un attimo l’agio in cui vivete grazie alle cariche che rivestite) avreste accettato l’offerta? Io proprio no. Molti dei miei colleghi ci sono già passati, e tutti hanno vissuto almeno il primo anno di lavoro con l’ansia di non arrivare alla fine del mese.
Eppure, rappresentanti politici, con i vostri programmi elettorali avete sempre promesso, tra le tante cose, maggiori investimenti per l’istruzione e la ricerca, la riduzione del precariato lavorativo, lo snellimento della burocrazia, ma soprattutto avete promesso un futuro ai giovani. Puntualmente, tutte queste promesse sono state disattese.
A dir poco scoraggiato dallo scenario che mi si presentava davanti, iniziai a pensare che l’unica strada auspicabile per la mia carriera sarebbe stata quella di spostarmi all’estero. Nel marzo 2007, grazie ai contatti fatti durante la mia esperienza di studi in Norvegia, ricevetti una proposta di lavoro come ingegnere del software presso una azienda di consulenza informatica di Bergen. La scelta non era delle piú semplici, ma alla fine accettai e poche settimane dopo ero nel profondo nord. Dopo qualche mese di lavoro come ingegnere, nell’ottobre del 2007 si presentò l’occasione di entrare nel programma di dottorato di ricerca presso l’Università di Bergen. Occasione devo dire molto allettante, visto che la ricerca era sempre rimasta la mia piú grande aspirazione. Nonostante ci fosse una sola borsa disponibile, risultai l’unico candidato scientificamente idoneo e firmai il nuovo contratto a dicembre. Cosí si concluse la mia breve esperienza in industria e dal gennaio 2008 lavoro all’Università come dottorando, realizzando uno dei miei sogni.
È inutile che vi dica che le condizioni contrattuali sono decisamente allettanti: lo stipendio di partenza (anche normalizzato al costo della vita) è piú del doppio di quanto offerto in Italia, la classe di stipendio viene aumentata annualmente, ho cinque settimane di ferie pagate all’anno e posso lavorare con orario flessibile. Ancora una volta, voi cosa avreste fatto? Io ho preso la mia decisione serenamente, ho accettato di investire almeno i prossimi quattro anni della mia vita qui, tanto avevo capito che dimenticandomi dell’Italia avrei avuto piú benefici che svantaggi.
Da due anni vivo in un Paese che, pur con i suoi difetti e problemi, è sicuramente moderno e dinamico. Ricordo ancora che al mio arrivo tutti mi parlavano in inglese, e le uniche cose che dovetti fare furono richiedere il permesso di soggiorno ed aprire un conto in banca. In meno di un giorno avevo finito con la burocrazia, nessuno mi chiese di riempire decine di moduli ridondanti, nessuno mi chiese di comprare marche da bollo, nessuno mi chiese di rivolgermi ad altri uffici. Alle tasse ci pensa direttamente il datore di lavoro. Le mie qualità vengono valorizzate ed alla fine del mese ho la mia gratificazione economica.
Quella di trasferirmi all’estero è stata comunque una delle scelte piú difficili della mia vita. Trasferirsi a piú di 3000km da casa vuol dire mettersi completamente in gioco e ricominciare da zero. Rinunciare alla vicinanza della propria famiglia, dei propri affetti, delle proprie amicizie sono solo le piú ovvie delle conseguenze di una scelta cosí importante. Si deve imparare una nuova lingua, cambiare le proprie abitudini alimentari, familiarizzare con nuovi usi e costumi e farsi piacere anche quello a cui non siamo e non vorremmo essere abituati. Si deve affrontare la solitudine, ricostruire una rete di amicizie e a volte sentirsi un ospite indesiderato. Credete sia facile? Eppure io preferisco affrontare di petto tutto questo pur di avere un futuro…
Signori rappresentanti politici, sarò ripetitivo ma ci tengo a ribadire che io sono solo uno dei tanti cervelli che hanno ricevuto ospitalità e garanzie all’estero. In Italia, a parte il mio relatore di tesi che è stato l’unico lungimirante, nessuno ha provato a trattenermi. Questo è un problema che conoscete bene, eppure non riuscite ad arginarlo in nessun modo. Perché una volta tanto al posto di ostacolarvi “a priori” non trovate un accordo su tematiche di interesse nazionale? Perché al posto di giocare alla creazione di nuovi partiti, federazioni e alleanze, non cercate concretamente di frenare gli innumerevoli sperperi di denaro pubblico e li investite in maniera opportuna? Oppure il sistema è veramente cosí marcio da non poter porre rimedio? La meritocrazia è persa per sempre in Italia?
I giovani che fuggono lo fanno perché non hanno possibilità di esprimersi nel loro Paese, e non c’è da meravigliarsi: la ricerca universitaria si regge in piedi con mezzi di fortuna e le aziende italiane in cui si possa parlare di ricerca e sviluppo si contano ormai con le dita delle mani. Non vi preoccupa minimamente che molti giovani capaci spicchino il volo per andare a dare il loro contributo in altri stati? Con la natalità ai minimi europei ed il conseguente invecchiamento della società, e con le remote possibilità di far rientrare chi scappa, che sviluppo pensate possa avere il Bel Paese nei prossimi decenni?
Io rimango perplesso e soprattutto triste che un Paese dalla storia cosí ricca sia stato distrutto dai giochi di potere di rappresentanti politici che da 50 anni non fanno piú politica, ma pensano solo agli interessi di una casta.
Cordiali saluti,
Alessandro Rossini




